Capitolo zero — Centodieci

Parma, marzo 2014.

L’aula magna dell’università aveva quell’odore specifico delle giornate calde di luglio: legno antico, polvere, il sudore trattenuto di una sala troppo piena per l’aria condizionata che faticava a tenere il passo. Laura Rossetti era seduta in seconda fila, la tesi rilegata stretta tra le mani con una forza che le stava lasciando i polpastrelli bianchi, e ascoltava la propria voce interiore ripetere lo stesso ordine da venti minuti: respira, hai fatto le prove abbastanza volte, sai cosa dire.

Non aveva nessuno tra il pubblico.

Lo aveva notato entrando: gli altri laureandi con le proprie famiglie occupavano file intere, palloncini nascosti nelle borse, striscioni arrotolati pronti a essere srotolati al momento giusto. Laura aveva un posto vuoto accanto a sé e un altro due file più indietro, e aveva smesso, ormai da tempo, di lasciare che quel vuoto le facesse male in modo acuto. Era diventato più simile a una nota a margine della propria vita: presente, riconosciuto, non più urgente.

Sua madre sarebbe stata orgogliosa in un modo rumoroso e leggermente imbarazzante, pensò Laura mentre aspettava il proprio turno, il tipo di orgoglio che si manifesta raccontando a chiunque, anche agli sconosciuti in fila al supermercato, che la figlia si stava per laureare in ingegneria informatica. Suo padre sarebbe stato più silenzioso, ma avrebbe scattato troppe foto, tutte leggermente sfocate, e le avrebbe guardate per settimane senza mai ammettere quanto gli fosse mancata l’occasione di scattarne meglio.

Non c’erano foto, quel giorno. C’era solo Laura, la sua tesi su un protocollo di crittografia che a nessuno, fuori da quell’aula, sarebbe mai importato di leggere, e una commissione di sette persone che la guardavano con la stanchezza educata di chi aveva ascoltato altre quindici discussioni quella mattina.

* * *

Discusse la tesi in dodici minuti, rispose a tre domande con una sicurezza che la sorprese persino mentre parlava , come se il corpo avesse deciso, indipendentemente dalla testa, che quel giorno non era il momento per tremare, e uscì dall’aula per l’attesa rituale nel corridoio, insieme agli altri candidati della sessione, mentre la commissione deliberava.

Fu lì, appoggiata al muro con le braccia incrociate, che una ragazza del suo stesso corso,  Chiara, una conoscenza superficiale fatta di qualche progetto condiviso e poco altro,  le si avvicinò.

«Tua madre non è venuta?», chiese, con quella curiosità innocente di chi non sa.

«I miei genitori sono morti tre anni fa», disse Laura, con la stessa piattezza con cui avrebbe risposto a una domanda sull’orario di un esame. Aveva imparato, col tempo, che la franchezza diretta funzionava meglio dell’imbarazzo reciproco che seguiva sempre i giri di parole.

Chiara arrossì, si scusò, non seppe cosa aggiungere. Laura le disse che andava bene, che non c’era nulla da scusare, e tornò a guardare la porta chiusa dell’aula con la stessa concentrazione di prima — non per evitare la conversazione, ma perché non sapeva più, da tempo, come gestire la pietà altrui se non allontanandola con gentilezza.

* * *

La chiamarono dopo quaranta minuti.

Centodieci. Il presidente della commissione lo disse con un tono neutro, professionale, lo stesso con cui avrebbe annunciato qualsiasi altro voto,  ma per Laura quella cifra arrivò con un peso specifico, sproporzionato rispetto alla brevità con cui venne pronunciata. Non c’era nessuno a sentirla urlare di gioia, nessuno a corrergli incontro per un abbraccio. C’era solo lei, in piedi davanti a sette persone che già stavano chiamando il candidato successivo, con una laurea in mano e la sensazione fisica, quasi dolorosa, di aver completato qualcosa di enorme senza che nessuno fosse lì a vederlo.

Uscì dall’università da sola, nel pomeriggio parmigiano che sapeva di asfalto caldo e di portici ombrosi. Comprò un gelato, pistacchio e nocciola, lo stesso gusto che prendeva sempre da bambina con suo padre, a Rimini, prima che tutto cambiasse e si sedette su una panchina del Parco Ducale a mangiarlo da sola, guardando la gente passare, i turisti che fotografavano la basilica, le coppie che si tenevano per mano.

Non pianse. Non era il tipo di reazione che il suo corpo, ormai, sapeva ancora produrre per quel genere di cose.

Pensò, invece, a quanto fosse strano festeggiare da sola il giorno più importante della propria vita fino a quel momento e a quanto, in fondo, ci si potesse abituare a quasi tutto, se si aveva abbastanza tempo e abbastanza ragioni per farlo.

Non sapeva ancora, quel pomeriggio, che la sua vita le avrebbe richiesto esattamente quella capacità, abituarsi a quasi tutto — molto più spesso di quanto avrebbe mai potuto immaginare.